Questo maniero dovrebbe, in realtà, chiamarsi castello Vicereale in quanto la sola torre più alta è aragonese, mentre il resto è opera del governo vicereale che resse a lungo Otranto.
All’esterno spiccano gli stemmi di Carlo V d’Asburgo, al centro; sulla destra, quello di Don Pedro Giron e, sulla torre di destra, quello di Don Pedro da Toledo. Entrando, troviamo due piccole stanze, in quella a destra c’è una cappella dedicata a Sant’Antonio, di cui Teresa de Azevedo, che qui è sepolta, era devota. Originariamente la struttura era un porticato con tre archi e tre portali di cui rimangono i battenti. Il cortile interno presenta numerose aggiunte, come la scala esterna che porta al piano superiore ed il balcone sul portale d’ingresso. Sotto i nostri piedi vi sono ben tre piani di sotterranei, ottenuti costruendo la struttura più in alto rispetto al piano dei fossati. Dal cortile si accede alla sala triangolare. Qui, Ciro Ciri, che affiancava Francesco di Giorgio Martini nella progettazione, si trovò con un problema insolito: la sala, originariamente rettangolare (una volta modificata restringendo la struttura ed aumentando il volume della muratura) presentava un angolo in meno. La soluzione fu un vero capolavoro: una volta con i conci sagomati a spina di pesce, come nella chiglia di una nave. Salendo sulla sinistra, troviamo un’altra sala voltata a botte, qui è più evidente la sovrapposizione delle strutture architettoniche: una parte è in carparo, una in pietra leccese e vi sono conci di diverse dimensioni. Le due aperture per il fuoco d’artiglieria sono sia per il tiro radente, sia per quello piombante. Visitando il piano superiore si rivede uno schema vagamente a labirinto, adatto a disorientare il nemico, sono anche presenti numerose nicchie forse con funzione di batterie traditoie interne. Due altre sale circolari, interne alle torri, presentano bocche per il fuoco radente ed il buco scacciafumo sulla sommità, l’acustica è impressionante, il solo battito delle mani provoca una eco multipla, qui, un solo colpo di arma da fuoco doveva rendere sordi per un bel po’. Proseguendo, troviamo una sala che presenta un affresco, difficile dire chi sia raffigurato, una leggenda vuole che sia il marchese De Azevedo, lì dipinto per guardare in eterno la sua sposa, sepolta nella cappella sottostante. Il piano superiore presenta un grande spazio, una vera e propria piazza d’armi un tempo munita di numerose bombarde e colubrine mobili. Da qui si può vedere interamente il porto, la torre del Serpe e la Cattedrale. Una bertesca, sicuramente settecentesca, era l’unico riparo disponibile. Questa parte fu ultimata nel 1572 dal senese Tiburzio Spannocchi. Salendo si accede alla Torre Aragonese, qui due torrette gemelle (chiamate “i carabinieri” dagli Otrantini) permettevano le segnalazioni a lunga distanza. Uscendo dal castello, attraverso il ponte di legno, si può visitare la Torre Matta. Da qui è visibile il “puntone” una micidiale evoluzione della rondella, che offre al nemico uno spigolo vivo, difficile da colpire ed impossibile da scalare. Ne fece le spese, tra gli altri, Bek Kerosit, che tentò inutilmente di prendere Otranto nel 1667. Leggenda Il Castello di Otranto è il titolo del primo romanzo gotico al mondo (The Castle of Otranto di Orace Walpole). Questo maniero è dunque il capostipite di tutti i castelli infestati dai fantasmi. In particolare nello spuntone vivrebbe il gigante di Alfonso il buono. Il romanzo parla di un passaggio segreto che conduce al monastero di San Nicola di Casole. Le leggende Idruntine sostengono che i passaggi segreti sono numerosi, alcuni condurrebbero al monastero, altri arriverebbero fino a Leuca. Quando la fortezza fu trasformata in carcere, si narra che, a chi tentava la fuga, si usasse impartire una punizione esemplare: veniva gettato dall’alto della punta con delle corde che lo tendevano. In questo modo, cadendo, veniva tagliato in due. I materiali da costruzione Per permettere alle strutture difensive di resistere ai colpi dell’artiglieria occorreva potenziare la capacità di resistenza delle murature. Normalmente, nelle costruzioni in pietra leccese, il carparo (calcarenite locale) è utilizzato nei punti critici delle strutture, poiché possiede una maggiore resistenza strutturale. Lo ritroviamo, infatti, nelle chiavi di volta o negli archetti. Ma, quando una struttura è sottoposta al fuoco d’artiglieria, ogni punto può divenire il punto critico. Ciò costrinse le maestranze ad utilizzare dappertutto questa pietra, difficile da lavorare, scolpire o sagomare.
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