Il fenomeno del tarantismo
il ballo della pizzicaQuesto articolo è dedicato alla memoria dell'amico Giorgio Di Lecce.

   L'associazione "Arakne Mediterranea" opera da oltre dieci anni nel Salento in collaborazione con l'Università di Lecce, le amministrazioni locali e regionali. Si compone di artisti studiosi e ricercatori che intendono far conoscere e sopravvivere quello che in greco si chiama "dromena", le azioni, gli usi e i costumi, le danze, i canti di espressione popolare. L'associazione ha sede a Martignano e da alcuni anni partecipa a progetti e programmi interculturali promossi dalla Comunità europea.
Giorgio Di Lecce che presiede Arakne Mediterranea, ci conduce in un universo salentino ancestrale e viscerale che, siamo convinti affascinerà molti.
Intorno al X secolo, si conosceva già in Italia un ragno chiamato Tarantola,capace di creare disturbi all'uomo. Ben più pericoloso era il Latrodectus o Vedova nera, il cui veleno poteva portare alla morte. Ambedue questi ragni hanno abitato, e continuano ad abitare, l'Italia e le coste del Mediterraneo. A causa di alcuni episodi di morso velenoso, curato con la musica e la danza, si diffuse questa pratica in tutto il meridione d'Italia, come attesta il primo documento del 1362: Sertum papale de venenis,di Guglielmo di Marra da Padova. A partire dal XIV secolo, questa danza fu considerata curativa, cioè capace di guarire dal veleno ipotetico (o reale) della tarantola. Il tarantato era stimolato da particolari ritmi di tamburo, da particolari suoni e colori.
Più tardi, intorno al 1600, queste danze e musiche, originarie della regione di Taranto, presero il nome di Tarantelle.
La presenza di ragni velenosi, pericolosi per l'uomo, è documentata, sin dall'antichità, da autori greci e latini: Solino, nel 250, già indicava dei decessi causati da Latrodectus nell'isola di Creta.
Ancora in una stampa cretese del '600 troviamo scritto: "Ciò che gli antichi hanno chiamato Phalangium è una specie di insetto che i Greci di questa isola [Creta] chiamano ancora Sphalangi. E' un animaletto molto pericoloso, non più grosso di un ragno e nemmeno molto differente [da esso]. Ha otto piedi, quattro per ogni lato, e altrettante zampe, che hanno le loro articolazioni e le loro giunture e che terminano in due piccoli artigli ricurvi. Queste zampe sono disposte in maniera tale che egli può avanzare e indietreggiare con egual destrezza e con la stessa facilità, di modo che quelle anteriori sembrano destinate a marciare in un senso, quelle di dietro in un altro. Esso, solitamente, sta in dei buchi che scava sotto terra obliquamente e che hanno molti piedi di profondità. Non vi entra che all'indietro, soprattutto quando è gravato da qualche alimento che è obbligato a trascinarsi dietro. Esso ha la precauzione di coprirne l'ingresso con un po' di paglia, così che la terra tutt'intorno venendo a franare e a cadervi sopra ne nasconda la vista." Questa descrizione è della Tarantola!
Secondo il naturalista tedesco W. Katner (1956) che partecipò alla spedizione di De Martino, a partire dal XVII secolo, queste epidemie coreutiche si manifestarono sotto forma di feste popolari, in cui, musicisti e partecipanti provenivano da differenti villaggi e di cui erano principali protagoniste le donne. La popolazione pugliese, dal carattere molto tradizionalista, obbligò la Chiesa ad adattare il Cristianesimo a quelle tradizioni popolari, cioè a far coincidere il suo calendario cristiano con i giorni delle feste tradizionali locali, a costruire le sue chiese vicino ai templi e a sostituire le antiche divinità con i suoi Santi. Ma le manifestazioni con danze sfrenate rimasero inaccettabili per la Chiesa e furono proibite.
Malgrado ciò, questi riti, profondamente radicati nella popolazione, continuarono, durante il Medio Evo, ad essere praticati al di fuori delle funzioni religiose ufficiali, fino a divenire oggi delle danze popolari durante le feste locali.
Nel corso di queste manifestazioni popolari, le danzatrici e i danzatori più sfrenati erano considerati come "attarantati".
"Fingono questi esser stati morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto (da cui son nominati) ed esser caduti in quell'infirmità, che li rende come pazzi. Vibrano e sbattono la testa, tremano con le ginocchia, spesso al suono cantano e ballano, agitano le labbra, stridono co' denti e fanno azioni da matti. Niente chiedono, ma il compagno guidone notificando per tutto ch'egli è attarantato, chiede e raccoglie elemosina per loro: oh ingegno, oh arte inaudita per li passati secoli!" (R. Frianoro, Il Vagabondo, Viterbo, 1621).
Oggi sopravvivono tre forme di danze degli attarantati di un tempo:
1) La Pizzica-Taranta: danza curativa individuale (e collettiva) che prende origine dall'antichissimo rito di guarigione dei tarantati e dal loro pellegrinaggio a Galatina (Lecce), di cui si è avuta l'ultima testimonianza il 29 giugno 1993, con le danze finali di un anziana donna tarantata che ha eseguito il rito danzato per ventisei anni (cfr; Di Lecce, G. La danza della piccola taranta, Roma,1994).
Questa danza osservata e descritta sin dal Medioevo è scandita da ritmi e melodie che vanno dal "lento" al "vivace". Gli esempi riportati dalla letteratura popolare (sec. XV - XX) descrivono infinite forme di danza dei tarantati con diversi oggetti e accessori (spade, fazzoletti, nastri, specchi, ventagli, conchiglie ecc.). E. De Martino e la sua equipe, con l'etnomusicologo D. Carpitella, a seguito della loro spedizione nel Salento, negli anni sessanta, inserirono questa danza, nel contesto di un vasto fenomeno culturale che riconosceva un organico sistema mitico-rituale di cui la pizzica-tarantella costituiva il momento risolutivo (De Martino, E. La terra del rimorso, Milano, 1994, ristampa). Essa ha continuato ad essere praticata in casa o in cappella, sempre meno, fino alla recente scomparsa. Permane nella memoria della gente, e la musica risanatrice viene ora riproposta in concerti e spettacoli, assieme alle danze.
2) La Pizzica de core (della gioia) si danza, oggi, soprattutto in occasione di feste popolari, di matrimoni, battesimi, feste familiari, ed è, fondamentalmente, una danza saltata di coppia mista a ritmo veloce che viene ballata da tutti, grandi e piccoli, diventando espressione di sentimenti di gioia, amore (corteggiamento), entusiasmo, passione. Un tempo si danzava, in famiglia, in gruppo a file di coppie frontali o a quadriglia. Il giudice L. De Simone, nel 1876, distingueva, nelle sue descrizioni, la Taranta, la Pizzica-pizzica e la Tarantella. Se la prima è indubbiamente la danza di guarigione, di cui si conoscevano dodici diversi motivi (muedi), tra i quali la Monachella, la Filanda, il Ballo a botta, la seconda deriverebbe da essa, ossia dalla "Tanza de quiddhu ci la Taranta pizzica" (Danza di colui che è morsicato dalla Tarantola), che con qualche regola coreografica diventava la Pizzica-pizzica, danza salentina. La Tarantella invece, che prenderebbe come pretesto la Tarantola, sarebbe un'altro ballo, con accompagnamento in minore e in tempo 6/8, a sua volta sistemato e danzato anche in altre regioni (Campania). La Tarantella tarantina sarebbe meno, la napoletana, più conosciuta. (Cfr. De Simone, L. G. La vita nella terra d'Otranto, Lecce, 1996). Recentemente anche i più giovani, sull'onda di ritmi latini e caraibici, hanno ripreso a danzarla, a suonare i tamburelli a divertirsi nelle feste fra studenti e amici; formando gruppi di musica popolare, techno, rap ecc.
3) La Pizzica-scherma (danza dei coltelli) si danza la notte tra il 15 e il 16 agosto, durante la festa di S. Rocco, a Torrepaduli, presso Ruffano (Lecce).
È una danza rituale di coppia, a tema antagonista, che in passato prevedeva la presenza di coltelli nelle mani dei danzatori, e radunava i migliori suonatori di tamburelli attorno ad interminabili ronde di danze e sfide, che si protraevano per tutta la notte. A. Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, in data 11 aprile 1927, ne da una descrizione, dalla caserma dei Carabinieri di Castellammare A.: "pugliesi, calabresi e siciliani svolgono un'accademia di scherma del coltello, secondo le regole dei quattro Stati della malavita (Siciliano, Calabrese, Pugliese e Napoletano)". Oggi i coltelli sono sostituiti dalle dita indice e medio della mano, che colpiscono (come armi affilate) il petto dell'avversario, il tutto accompagnato da movimenti danzati agili ed eleganti. E' prevalentemente danzata da uomini e si accompagna con tamburelli e armonica a bocca a ritmo di tarantella-pizzica; le azioni, i gesti, gli attacchi e le parate derivano da antichi codici d'onore e di rispetto che regolavano la gerarchia e le dispute nel mondo degli zingari, commercianti di cavalli.